- il documento delle ACLI milanesi
- Le
ACLI milanesi sull’accordo del 5 luglio 2002
1.
Il "Patto per l’Italia", firmato dalle parti sociali con
il governo il 5 luglio scorso, ha sancito una delle più gravi
lacerazioni del sindacato confederale italiano, malgrado che la
portata delle questioni in discussione alla fine abbia assunto
soprattutto un carattere politico. In questo senso, l’accostamento
alla vicenda sindacale del febbraio 1984, che portò alla rottura
sulla scala mobile appare del tutto improprio. Vi fu allora la
necessità di attuare una terapia d’urto per riportare i
fondamentali dell’economia in equilibrio, con una manovra radicale
di politica economica che giustifica anche una rottura tra i sindacati
e una firma separata dell’accordo.
La
conclusione della trattativa con il governo Berlusconi, invece, sarà
ricordata essenzialmente per la desensibilizzazione dell’art.18
dello Statuto dei lavoratori, a favore delle imprese che amplieranno
il loro organico al di sopra dei 15 dipendenti. Una modifica
sperimentale, scarsamente efficace ai fini della crescita
dell’occupazione, il cui esito però sarà fatalmente un progressivo
superamento della normativa a tutela dei licenziamenti individuali.
L’obiettivo del governo e di Confindustria era sostanzialmente
politico: dividere e indebolire il sindacato per giungere con meno
ostacoli alla modifica del patto sociale in essere e quindi al
superamento della concertazione.
2.
Gli altri aspetti importanti dell’accordo la cui attuazione è
subordinata alle decisioni che matureranno in altre sedi, prime fra
tutte il tavolo sulla riforma del welfare state e la discussione sul
Dpef. In questo senso, rimangono forti dubbi circa la effettiva
possibilità che la prevista riduzione della pressione fiscale per
lavoratori a basso reddito e per le imprese, si possa realizzare senza
diminuire la spesa sociale, ciò che è invece dichiarato
nell’accordo tra le parti, visto ad esempio il tenore delle proposte
del governo in materia di scuola, sanità e previdenza; in
particolare, con la delega al governo che prevede la riduzione dei
contributi per i neoassunti, viene messa seriamente a rischio la
tenuta del sistema previdenziale pubblico.
In
materia di riforma del collocamento e di politiche attive del lavoro,
rispetto agli indirizzi del Pacchetto Treu del 1997, viene accentuata
la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Infine, l’intervento
sul sistema di protezione sociale, per chi perde il lavoro, si traduce
in un modesto aumento dell’indennità di disoccupazione ed in un
rinvio alla "bilateralità" per l’estensione degli
ammortizzatori sociali ai settori oggi non coperti, il cui esito però
è dubbio, conoscendo le resistenze di principio delle imprese ad
accollarsi nuovi oneri sociali.
3.
Più in generale, i contenuti dell’accordo, sebbene siano alla fine
stati alleggeriti dall’intervento sindacale, confermano tuttavia la
linea di politica economica del governo, volta a modificare gli
equilibri sociali e a rafforzare la prospettiva economica neoliberista
la quale non potrà che allargare l’area del precariato.
Con
lo sviluppo dell’economia dal lato dell’offerta e, quindi, con la
riduzione dei costi per l’impresa, si verificherà verosimilmente un
ulteriore trasferimento di una quota del rischio d’impresa a carico
del lavoro dipendente, con l’effetto di generare nuovi elementi di
tensione sul mercato del lavoro, soprattutto ai danni dei lavoratori
meno qualificati e dei soggetti più deboli. D’altro canto, la forte
attenuazione del principio di progressività del prelievo e la
tendenza alla riduzione della pressione fiscale e dei contributi
sociali avranno come conseguenza l’indebolimento della funzione
redistributiva dello Stato e il ridimensionamento del sistema di
protezione sociale pubblico (sanità, scuola e previdenza). Per altro
verso, la modesta crescita delle retribuzioni all’interno di una
politica dei redditi che tende a penalizzare solo il lavoro
dipendente, esporrà i lavoratori e le loro famiglie ad una maggiore
insicurezza economica e quindi ad una crescente vulnerabilità
sociale.
4.
Il profilo più critico dell’intera vicenda rimane comunque il
futuro del sindacalismo confederale che, difficilmente sarebbe
arrivato alla rottura interna se le diverse componenti avessero in
questi mesi dimostrato disponibilità all’elaborazione di una
piattaforma comune. Peraltro sul versante politico la coalizione di
centro sinistra non ha favorito tale processo, mancando di prospettare
un disegno riformatore alternativo, in grado di prefigurare un nuovo
welfare universale e insieme selettivo, adeguato a far fronte alla
domanda di flessibilità delle imprese e di sicurezza sociale dei
lavoratori.
Lo
scenario proposto dal governo tende a creare sponde a quella parte
miope dell’imprenditoria convinta di poter reggere la competizione
solo riducendo i costi (peraltro difficilmente comprimibili senza
contraccolpi sociali). Si dovrebbe invece assumere un orizzonte
strategico autenticamente riformatore, nel quale la competizione di un
paese avanzato come il nostro abbia come riferimento il segmento più
innovativo del mercato globale, che imponga politiche dei fattori
produttivi e di investimento in ricerca, tecnologia e risorse umane,
capaci di aumentare la duttilità del sistema e la qualità e
l’innovazione dei prodotti.
5.
La sfida che ha di fronte il sindacato confederale, così come la
politica, è la riforma del patto di cittadinanza che esige di essere
adeguato alle nuove emergenze sociali del post-fordismo. Per queste
ragioni Cgil Cisl e Uil devono avvertire una particolare responsabilità
politica e progettuale nel guidare il disegno riformatore, giocando,
nel rispetto delle loro diversità culturali, un ruolo propositivo
nella definizione del nuovo quadro dei diritti del lavoro che possa
coniugarsi con la tutela individuale e collettiva. Un disegno
autenticamente riformatore può, in questa prospettiva, trovare
attuazione solo se il sindacato confederale saprà sottrarsi alle
dinamiche del sistema politico bipolare che tendono a spingerlo verso
nuove forme di collateralismo, e al pericolo di allinearsi ad
impostazioni politiche altrui che, se consentono probabili vantaggi
immediati, rischiano di indebolire nel lungo periodo il lavoro
dipendente e le aree sociali meno garantite.
Evitare
il collateralismo non significa affatto scegliere la neutralità. Il
sindacato confederale non può che collocarsi culturalmente nello
schieramento democratico, storicamente ad esso affine e
tradizionalmente attento ai temi della solidarietà, della giustizia
sociale e dell’eguaglianza. Tuttavia, mantenendo la propria
autonomia di azione, il sindacato è chiamato a definire,
all’interno di un dibattito democratico e pluralista, le strategie e
gli atteggiamenti concreti.
6.
Le Acli di Milano, in sintonia con la azioni intraprese negli ultimi
anni, preoccupate anche delle lacerazioni crescenti tra i lavoratori,
sottolineano la necessità, nel pieno rispetto delle differenze
esistenti tra Cgil Cisl e Uil, che venga custodito il valore
dell’unità del sindacato confederale che è un fattore essenziale
per consolidare la rappresentanza generale del lavoro e arginare la
frammentazione sociale e le spinte particolaristiche dannose per i
lavoratori e per le stesse aziende.
Le
Acli, da sempre solidali con l’impegno sindacale di Cgil Cisl e Uil,
sono consapevoli della difficoltà della fase in corso, dei costi ma
anche delle opportunità che comporta la ripresa del dialogo fra le
tre confederazioni. Perciò, ai fini di quel bene più grande che
rappresenta l’unità del mondo del lavoro e della coesione sociale,
si impegneranno a creare occasioni di dibattito e di incontro perché
si possa riavviare con convinzione il processo che conduce all’unità
organica del sindacato confederale italiano. Ciò sarà possibile se
gli attori interessati mostreranno buona volontà, disponibilità a
rimettersi in gioco e rispetto delle posizioni degli altri e se,
investiranno in risorse intellettuali e organizzative.
Le
organizzazioni sindacali, se intendono rimanere fedeli alla loro
storica e irrinunciabile funzione di rappresentanza sociale e di
tutela e promozione del lavoro, non potranno che rilanciare con forza
il processo di unità del sindacalismo confederale, anche per offrire
un contributo efficace alla modernizzazione del paese.
Milano, 16 luglio
2002
la presidenza delle ACLI milanesi